Recovery Fund, dalla Liguria non arrivano buone notizie per le donne

di Cristina Lodi

(Foto da Internet)

Dalla Liguria sul Recovery Fund non arrivano molte buone notizie. Soprattutto a Genova. 

Se da una parte ho potuto constatare come tutti siano consapevoli del fatto che il Recovery Fund serve a garantire al bilancio dell’Unione Europea la capacità aggiuntiva di cui ha bisogno per affrontare le sfide più pressanti causate da questa terribile pandemia, dall’altra ho constatato che non tutti sanno che nelle linee di indirizzo, una in particolare fa riferimento alla Coesione sociale e territoriale, ai diritti e alla salute per il superamento dei divari territoriali attraverso politiche di coesione più efficaci. Si sa che è uno strumento di emergenza, una tantum, attivato per un periodo limitato ed esclusivamente ai fini della risposta alla crisi e delle misure per la ripresa. 

I fondi, erogati agli Stati membri attraverso il bilancio dell’Unione Europea, sosterranno le priorità di investimento e di riforma e serviranno a rafforzare programmi finanziari essenziali per la ripresa fino al 31 dicembre 2024. 

In questa linea uno spazio deve essere conquistato da politiche a sostegno dei giovani e dell’infanzia, finanziate nel quadro della garanzia giovani e della garanzia per i bambini. Possono essere potenziate rispettivamente da investimenti infrastrutturali (ad esempio in strutture formative e centri per l’impiego) e con il potenziamento di servizi educativi e di cura della prima infanzia (come gli asili nido). 

Tra gli obiettivi di Next Generation EU ci sono anche la promozione della parità di genere e il contrasto a tutte le forme di discriminazione nei confronti dei cosiddetti “gruppi più fragili”. Una rete trasversale composta da molte donne ha lanciato un appello per ottenere che una parte significativa e rilevante delle risorse messe a disposizione dall’Europa sia destinato a una rivoluzione del welfare e a incentivi per l’occupazione femminile. Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti, autrice di una lettera-appello molto apprezzata, ha detto: “Arriveranno i fondi europei, si decideranno questioni che riguardano i prossimi cinquant’anni: vogliamo esserci o no?”. È necessario porre al centro del dibattito il lavoro di cura, oggi interamente sulle spalle delle donne, l’assenza di servizi, l’impossibilità di far quadrare vita e lavoro. È arrivato il momento di ripensare ad un welfare in cui strumenti come il welfare aziendale e lo smartworking vengano messi in rete con i servizi erogati dal pubblico e dal privato. Mettendo a disposizione risorse concrete, si può partire da ciò di cui le donne hanno bisogno per ricostruire e rifondare un welfare dove trovino casa risposte e benessere collettivo. Maria Cecilia Guerra, sottosegretaria al Mef, dichiara: “Non bastano defiscalizzazione e decontribuzione, il problema non è il costo del lavoro. Va aggredito il tema della cura, o non cambia niente”. È il momento di ripensare le infrastrutture sociali, socioeducative e culturali per affiancare e supportare la donna affinché possa svolgere il suo ruolo di cura e al tempo stesso abbia modi di realizzarsi, lavorare ed essere attiva protagonista del futuro del Paese. 

Se le donne vengono sostenute, è l’intero Paese a trarne beneficio, dimostrando anche di essere maturo e forte. In questo contesto, la delibera della Regione Liguria e le proposte del Comune di Genova dedicano poco spazio alle politiche di coesione. Non si parla di nidi, di strumenti di sostegno alle donne, di lavoro, di crescita salariale. Non si parla di come le città siano mutate a causa di questa pandemia e di come la donna abbia oggi bisogno di altri servizi. Quasi come se a Genova, questa parte importante e significativa della quotidianità, non fosse contemplata. 

Ma questa mancanza non deve fermare chi invece vede un’opportunità nel Recovery Fund. Se una buona parte del Recovery Fund fosse investita in servizi di cura di qualità (asili nido, centri diurni, assistenza domiciliare), si potrebbe ottenere tempo per le donne, posti di lavoro sostenibile per loro e servizi alle famiglie. Così il Recovery Fund potrebbe essere profondamente rivoluzionario e innovativo nel suo uso. Così le donne della Liguria e di Genova hanno il diritto di vederlo concretizzare dalle nostre istituzioni.

3 commenti su “Recovery Fund, dalla Liguria non arrivano buone notizie per le donne

  1. D’accordo al 100/100!Quando saremo una regione che ha a cuore le donne ?C’e’un ritorno al vecchio,sembra di essere tornati indietro nel tempo! Non avrei mai pensato dopo tutte le battaglie fatte che ci sarebbe stata inversione di tendenza! L’opposizione è l’unica nel dare sostegno

  2. WLB, welfare, Smart ci dono professionisti molto preparati a organizzare e gestire queste problematiche, le donne avranno certamente ragione delle loro proposte, tutte ke associazioni sono in movimento , anche gli SGD di cui faccio parte e che sorveglierà anche la Regione Liguria con le dovute proposte, cone fece con il Patto per la Liguria in occasione delle elezioni, patto che ha ricevuto molti consensi ed adesioni “ trasversali”

  3. Non mi pare che la regione sia molto lungimirante soprattutto tenendo conto che è una regione dove la popolazione anziana è preponderante e dove i servizi domiciliari…..quando riescono ad unire sanità e sociale arrivano a rispondere a poco più del 3% dei grandi vecchi ultraottantenni!

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