Roma, come uscire dalla depressione: turismo, innovazione, digitale e ricerca

Pubblicato su Il Dubbio il 16 luglio 2020.

(ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images)

Ci sono state diverse interpretazioni sul perché Beppe Grillo abbia deciso di rilanciare un sonetto sulla rottura emotiva tra la sindaca di Roma Virginia Raggi e la sua città. Per colpa dei romani, dice il sonetto, ’sta gente de fogna.

Al di là delle reali intenzioni, dal punto di vista politico ciò che il sonetto evoca, senza nominare, è la consapevolezza delle difficoltà che si frappongono alla ricandidatura della sindaca. Insormontabili perché si fondano su dati di fatto e sul senso comune. Entrambi precedono la pandemia. Sabino Cassese sul Messaggero commentando il sonetto e parlando della classe dirigente del M5S, ha detto dell’inutilità dell’onestà senza bravura. Un commento generoso visto lo stato della città, del suo sistema di trasporto locale, del suo sistema di smaltimento dei rifiuti, dei servizi pubblici assenti in interi quartieri e tuttavia con un alto carico fiscale per i cittadini. E se prima della pandemia la crisi politica del M5S si è scaricata sul governo di alcuni municipi, dopo il lockdown i conflitti interni al movimento hanno paralizzato gli interventi di sostegno a intere filiere produttive, dalla ristorazione al commercio, messe in ginocchio dal Covid.

Il declino di Roma non nasce in questi ultimi anni. Ma soprattutto non è un destino. Roma può essere governata e lo è stata. In alcune stagioni ha anche rappresentato un modello di innovazione sociale e politica. Per battere il declino non basterà la riforma istituzionale che pure è necessaria affinché i suoi municipi abbiano risorse e poteri per l’azione amministrativa di prossimità. Ciò che serve alla fine di un ciclo, e siamo alla fine di un ciclo, è una nuova idea di Roma e una nuova classe dirigente di donne e uomini capace di interpretarla. Questa è la sfida per il centro sinistra romano. I vecchi motori del suo sviluppo produttivo si erano inceppati ben prima della pandemia. La Roma prima del Covid era una città con tante facce: con un vasto sistema produttivo di piccole imprese a basso valore aggiunto a cui corrispondeva un lavoro povero. Con forti diseguaglianze e differenze di reddito tra centro e periferie, luoghi di concentrazione della povertà giovanile e infantile.

E contemporaneamente però Roma era ed è il secondo polo nazionale di start up e la sede di ben 28 tra università ed enti di ricerca. Con eccellenze produttive, vivacità del Terzo settore, sperimentazioni sociali e di rigenerazione urbana. Gli effetti economici del Covid si sommano e amplificano i problemi sociali ed economici precedenti e si abbattono particolarmente su uno dei suoi asset principali, le industrie culturali e il turismo che costitutiva il 22 per cento del Pil della città. Che cosa vuol dire oggi dunque parlare del futuro di Roma? In primo luogo ora come sempre vuol dire parlare del futuro dell’Italia. Il ruolo di motore e vetrina della capitale è vero per ogni nazione. Lo è ancora di più per Roma. Per ciò che ha rappresentato nella storia dell’umanità e dell’Europa.

In secondo luogo più che mai oggi vuol dire parlare di innovazione, produttiva e di innovazione sociale. E’ questa la strada da imboccare con determinazione.

La straordinarietà della situazione vissuta ha dimostrato la vulnerabilità del sistema produttivo e sociale precedente e conseguentemente la convenienza di cambiamenti profondi, l’utilità degli investimenti pubblici in sanità, ricerca, nelle infrastrutture materiali e immateriali. La necessità di digitalizzare le imprese e combattere le nuove diseguaglianze legate al digital divide. D’altra parte la pandemia ha già agito come acceleratore di processi. In secondo luogo una ricerca condotta dalla Uil sulle lavoratrici e sui lavoratori romani in smart working ha rivelato lo straordinario gradimento di questa modalità di lavoro in particolare in relazione al tanto tempo risparmiato per il trasferimento casa lavoro. Nella città che detiene il primato per il possesso delle auto private e nella quale il trasporto pubblico raggiunge vette elevate di inefficienza già prima del Covid. Già questa novità è un elemento di grande cambiamento del volto della città che dovrebbe farne ripensare tempi e orari. Utilizzo degli spazi.

Roma dunque come città dell’innovazione, smart city e straordinario polo di formazione e conoscenza grazie all’interazione tra università e centri di ricerca? La condizione necessaria è la mobilitazione di risorse e saperi locali, regionali, nazionali ed europei finalizzati all’innovazione, guidata da una idea di città condivisa. E questo oggi è il punto. E la sfida per la politica progressista romana. E nazionale.

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