Quota 100 e non solo, diamo un senso al cantiere della Previdenza

di Titti Di Salvo

(Foto da Internet)

L’annuncio del presidente Conte sulla fine di “quota 100” non è un vera sorpresa. Se non altro perché era uno dei due esiti possibili della sperimentazione avviata nel 2019.

Dunque con 38 anni di contributi e 62 anni di età fino a dicembre del 2021 è possibile andare in pensione. Prima di quanto la legge Fornero prevede oggi, ha previsto ieri e continuerà a prevedere domani per chi quei criteri non li raggiunge.

Perché “quota 100” non ha mandato in soffitta la legge Fornero, con buona pace di chi, il governo gialloverde, l’ha rumorosamente sostenuto. La sperimentazione ha confermato l’iniquità di un beneficio destinato paradossalmente alle categorie di lavoratori “più forti” o meno deboli: intanto uomini, del Nord e del pubblico impiego. Cioè destinato a chi, in virtù’ di carriere continue e stabili, raggiunge a 62 anni di età i 38 anni di contributi. Quindi molto bene che “quota 100” non sia rinnovata.

Ma la domanda è: il sistema previdenziale pubblico attuale, esito di stratificazioni di più interventi – dalla riforma Dini alla legge Fornero, agli interventi della scorsa legislatura – è sostenibile economicamente e socialmente? Ed è coerente con la realtà della vita delle persone e del mercato del lavoro?

E qui sta il punto: solo la risposta a queste domande da senso alla riapertura del cantiere della Previdenza. Perché non appaia del tutto distonico rispetto alla realtà drammatica dei nostri tempi post Covid, con molti posti di lavoro a rischio e interi settori produttivi al collasso.

Quali sono dunque le ingiustizie maggiori, incongruenti con la realtà e anche con l’impianto contributivo del sistema che ne dovrebbe garantire la flessibilità?
Per me sono 3 e discendono da 3 evidenze.

In primo luogo non tutti i lavori sono uguali. Sappiamo con certezza che a seconda del tipo di lavoro svolto e del titolo di studio l’aspettativa di vita delle persone, e quindi il numero di anni nei quali si gode la pensione maturata, è molto diversa. Un diplomato di scuola media inferiore ha una aspettativa di vita minore di 3,1 anni rispetto ad un laureato. E analogamente l’OCSE ha prodotto tabelle che mettono in relazione lavoro e aspettativa di vita. Poi è del tutto evidente l’usura differente determinata da lavori intellettuali o manuali. E però al contrario è l’aspettativa di vita “media” il criterio utilizzato per definire accesso e misura della pensione.

Nella scorsa legislatura – che sulla correzione della legge Fornero ha impiegato 20 miliardi tra salvataggio degli esodati, opzione donna, ricongiunzioni, allargamento della platea dei pensionati fragili destinatari della quattordicesima, Ape social e volontaria – aveva avviato una riflessione in questo senso con l’individuazione, timida, di 15 attività gravose, meritevoli di uscite anticipate verso la pensione. Riflessione incompleta, che sarebbe dovuta proseguire con il lavoro di una apposita commissione istituita alla fine della scorsa legislatura e soppressa all’inizio della successiva. Ma sarebbe questa la vera riforma di sistema. Necessaria, equa, possibile.

In secondo luogo la realtà ci dice che l’età di accesso alla pensione e la misura della pensione sono diverse tra donne e uomini. Le ragioni sono tante, ma tutte legate a discriminazioni e stereotipi di genere. Dalla segregazione professionale in settori produttivi con basse retribuzioni, al carico esclusivo sulle donne del lavoro di cura che le costringe a abbandonare il lavoro, a scegliere il
part-time, a utilizzare aspettative non retribuite. Non a caso la durata media della vita lavorativa degli uomini e’di 39 anni, di 25 anni quella delle donne.

Certo un paese moderno e migliore deve superare discriminazioni e stereotipi di genere, a proposito degli obiettivi del Recovery Fund. Ma intanto è bene riconoscere previdenzialmente, con contributi figurativi, il lavoro di cura a chi lo svolge e anche il lavoro non retribuito familiare. Per il 70 per cento, dice l’Ocse a carico delle donne.

In terzo luogo i giovani di oggi, per la precarietà del lavoro e la struttura del mercato del lavoro, senza interventi, sono condannati a essere i futuri pensionati poveri. Il che li rende anche poco interessati a continuare a versare i contributi per pagare le pensioni ad altri, mantenendo in vita un sistema che a loro non darà nulla. 
E questo non può che essere il centro del cantiere della previdenza che si riapre. Per dargli un senso!

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