Smart Working? Si grazie, no grazie. Cioè dipende

In questi mesi quella telematica è diventata l’unica modalità di lavoro possibile in alcuni settori. E nonostante l’assenza della banda ultra larga in molte parti del Paese e l’analfabetismo digitale, le persone in Smart working sono passate dalle 570 mila del 1 gennaio a svariati milioni in poche settimane. Lo Smart working prima di oggi ha conosciuto estimatori ( molti fuori d’Italia) e detrattori.

Esiste una cornice legislativa contenuta, quasi oscurata, nella legge 81/2017 più nota come Statuto del lavoro autonomo. E questo già dice tutto. Nella cultura del lavoro la dimensione collettiva è stata quella della conquista dei diritti e della dignità. In particolare per le donne il lavoro produttivo ha favorito non solo l’emancipazione ma anche la conquista di autonomia e libertà. Questo insieme di preoccupazioni, la diffidenza da parte delle imprese per la rivoluzione organizzativa e gli investimenti tecnologici necessari e l’analfabetismo digitale diffuso, hanno rallentato la contrattazione di regole e diritti. Solo di recente i contratti collettivi nazionali hanno cominciato ad occuparsene.

L’esperienza dei 2 mesi di quarantena dice che lo Smart working ha raddoppiato la fatica delle donne perché il lavoro “produttivo” svolto a casa si e’ sommato al lavoro di cura “ riproduttivo”. Con buona pace delle politiche di conciliazione e condivisione, senza servizi pubblici o privati di supporto, dalla baby sitter, agli asili, alla scuola, alle badanti e ai nonni. Poi ci dice anche che il 4 maggio il 74 per cento delle persone rientrate al lavoro sono uomini e di mezza età.
E l’Istat ci ha detto anche che nel lokdown i 2/3 delle donne al lavoro, quasi 6 milioni e mezzo, ha continuato a lavorare perché occupate in lavori tanto essenziali quanto non valorizzati socialmente. Il rischio della riduzione dell’occupazione femminile già al di sotto della media europea c’è’. Per più ragioni: perché la crisi potrebbe diventare depressione economica e investire a lungo settori ad alta occupazione femminile, per l’insostenibilita del carico del doppio lavoro produttivo e riproduttivo per chi continuerà a lavorare in Smart working. Per ragioni culturali mai del tutto superate secondo le quali il lavoro delle donne non è una necessità per la crescita del Paese ma un lusso di tempi migliori.

Lo Smart working potrebbe rappresentare invece per il futuro una leva positiva per il cambiamento, per tre ragioni. Una di carattere generale: la pandemia ha rivelato sia la vulnerabilità dei nostri sistemi produttivi che la necessità del cambiamento e l’innovazione digitale aiuta la sostenibilità sociale e ambientale. Perché può innescare una svolta culturale appunto nella condivisione del lavori di cura e del superamento degli stereotipi di genere: lo smart working può essere una modalità di lavoro scelta, sia per gli uomini che per le donne, nuova e utile per le persone e la collettività. Utile anche alle donne a riflettere su quanto possa essere pesante e a doppio taglio quello scettro casalingo, unico potere su cui si riconoscevano un tempo.

Utile per la sostenibilità ambientale : la misurazione dell’impatto dell’attuale smart working sulle emissioni di CO2 nell’aria registra una riduzione di 60 tonnellate (dati piattaforma Jojob). E perché corrisponde un modello di organizzazione del lavoro fondato sul raggiungimento dei risultati piuttosto che sul controllo e la presenza fisica, che ha sempre penalizzato un donne anche dal punto di vista salariale. In un tempo in cui i processi produttivi lo consentono e il contenuto del lavoro per il 70 per cento consiste nel trasferimento di informazioni. Quindi il primo problema è la definizione contrattuale della griglia dei diritti dello Smart working a partire dalla definizione dei tempi, dal diritto alla disconnessione e dalla volontarietà. E senza dimenticare il salario.

La sindaca di Roma ha comunicato a chi e’ in Smart working, in questa fase peraltro obbligatorio, la non erogazione dei ticket pasto. Che effettivamente sono legati alla presenza ma rappresentano da tempo una integrazione salariale spendibile non solo come buono pasto per retribuzioni non certo alte. Diciamo anche che in tempo di pandemia si è chiamato Smart working il telelavoro. Lo Smart working prevederebbe invece un tempo di svolgimento del lavoro a casa e un tempo fuori casa.

Infine gli stereotipi culturali sulla divisione dei ruoli nelle case sono ben solidi, ma non li crea lo Smart working. Si possono rafforzare o indebolire a seconda delle politiche pubbliche, culturali e sociali. E quindi anche della responsabilità pubblica. Importante è a questo proposito tenere insieme la ripresa delle attività produttive almeno con la progettazione in tempi certi della riapertura delle scuole (soprattutto per la loro funzione educativa); il riconoscimento del bonus baby sitting anche a chi è’ in Smart working e incentivi per aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. D‘altra parte sono gli stessi stereotipi per i quali nella organizzazione del lavoro tradizionale le donne guadagnano di meno perché parte del salario è legato alla presenza così come legato alla presenza è il riconoscimento del lavoro e gli avanzamenti di carriera.

Titti Di Salvo

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