Maternità libera scelta. Intervenire ora è una priorità

La pandemia ha mostrato la vulnerabilità del nostro sistema e la fragilità delle promessa delle ”magnifiche sorti e progressive” della modernità. Che la nostra vita domani sia migliore di ieri dipenderà dalle scelte di tutti noi e delle classi dirigenti. In premessa, ora nei momenti della ripartenza, è bene chiarire che cosa vuol dire migliore. Che paese immaginiamo.

Per me un paese migliore è quello in cui la maternità sia una libera scelta, né un destino né una rinuncia. In Italia da anni nascono meno bambini di quanto le persone desiderino (esattamente la metà secondo i dati) e meno di quanto sarebbe auspicabile per dare basi solide al futuro del nostro paese.

Per una giovane donna prima del virus la maternità era un ostacolo: nell’ingresso al lavoro, nel mantenimento del posto di lavoro. Non allo stesso modo in Europa. Nella esperienza parlamentare della scorsa legislatura mi è capitato di raccontare a parlamentari di altri paesi la vergogna delle dimissioni in bianco e la difficoltà di porvi fine. Trovando interlocutori increduli o incapaci di comprendere il racconto, per la sua abnormità.

L’Istat, nelle audizioni alla Camera sul Def, ha previsto che senza interventi la riduzione delle nascite andrà rapidamente sotto la soglia psicologica di 400.000 nascite all’anno. Ecco. Gli interventi che servono devono servire a questo: a rimuovere gli ostacoli perché una giovane donna possa scegliere liberamente la maternità, né un destino né una rinuncia.

Sappiamo che per invertire questa tendenza – in modo che maternità e paternità siano scelte libere – servono investimenti pubblici strutturali, coerenti e a lungo termine, e serve l’effetto moltiplicatore dell’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e della loro valorizzazione.

In particolare, serve destinare più risorse alla cura e alla crescita dei bambini, promuovere il lavoro dei giovani e delle giovani donne e, soprattutto, incentivare e sostenere la condivisione delle responsabilità familiari tra madri e padri, attraverso misure come il congedo obbligatorio di paternità, tra le più efficaci per contrastare stereotipi medievali nella divisione dei ruoli.

Serve cioè la consapevolezza della politica, delle imprese, delle organizzazioni sindacali, della scuola e dell’Università, del mondo dell’informazione e delle professioni, dell’intera classe dirigente dunque, che su questi temi più che su altri si costruisce o al contrario si nega il futuro del paese.

A maggior ragione oggi post coronavirus.

L’innovazione tecnologica è decisiva per cambiare in senso sostenibile il sistema produttivo. La pandemia ha accelerato i processi e ha fatto emergere sia le nuove diseguaglianze del digital divide che i ritardi nell’estensione delle infrastrutture immateriali e nell’alfabetizzazione digitale.

Ha anche accelerato l’utilizzo del lavoro agile, che più correttamente andrebbe chiamato ancora telelavoro in attesa di quella flessibilità che lo può rendere strumento di libertà. Ma che oggi è un raddoppio del lavoro delle donne sommando, pure nelle stesse fasce orarie e in assenza del supporto della scuola, lavoro produttivo e lavoro riproduttivo. E può trasformarsi nel ritorno indietro, a casa.
Se poi si aggiunge la lettura dei dati su chi è tornato al lavoro dal 4 maggio, e cioè il 74 per cento di uomini di mezza età, è bene farsi delle domande sulla direzione di marcia. Sul paese che vogliamo. Sulle priorità e le scelte da fare. Su maternità libera scelta.

 

di Titti Di Salvo
Presidente dell’Associazione LED, Libertà e diritti

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