Legge elettorale: Italicum è buon punto di approdo. E’ il momento della decisione

Relatore per la maggioranza

Intervento in discussione generale

Grazie, signora Presidente. Signori del Governo, colleghe e colleghi, data la ristrettezza dei tempi che mi sono stati assegnati dal Regolamento, procederò a integrare la relazione che è stata svolta dal presidente Sisto, che ringrazio, insieme a tutti coloro i quali hanno contribuito al lavoro svolto fin qui.
Innanzitutto, vorrei premettere che, come è stato osservato da molti, questa materia, la materia elettorale, è di assoluta rilevanza per la nostra democrazia ed essa ha pienamente rango costituzionale, pur non essendo una materia costituzionale. Voglio anche affermare il suo indissolubile legame con la riforma in atto della Costituzione, che, in base alla rigorosa applicazione dell’articolo 138, stiamo modificando in questo Parlamento e in questa legislatura, con l’obiettivo anche di modificare il sistema del bicameralismo paritario, motivo per il quale è stata scelta la strada di modificare solamente la legge per la Camera.
Signora Presidente, quindi questa trattazione, che eviterà di rientrare nei dettagli che sono stati predetti, si concentrerà sulle osservazioni critiche che sono state svolte dalla Commissione e che ritengo di dover doverosamente rappresentare. In primo luogo, ve n’è stata una in premessa del presidente Brunetta, del collega Toninelli e di altri, relativa alla presunta impossibilità a legiferare, in particolare su una materia costituzionale, legata alla sentenza n. 1 del 2014, per la dichiarata incostituzionalità della legge che ci ha eletti qui. Vorrei solo ricordare con certezza che, proprio nel punto 7 di quella sentenza, nei considera in diritto, si precisa che questo Parlamento, essendo stata l’elezione un atto concluso e non pendente, è nelle sue piene garanzie costituzionali.
Signora Presidente, riguardo a questi obiettivi, per quanto mi concerne, si deve ragionare su questo testo come un buon punto di approdo, sia per quanto prevede la finalità di questa legge elettorale, sia per quanto ripercorre i precetti che sono stati introdotti dalla sentenza n. 1 del 2014, sia sul 40 per cento, cioè la soglia per l’accesso al premio di maggioranza, sia per la previsione di piccoli collegi, come è stato ricordato dal presidente Sisto.
Mi interessa molto sottolineare la norma antidiscriminatoria che è stata introdotta con la modifica che è stata apportata dal Senato, che è stato pienamente protagonista delle modifiche che sono state realizzate e, quindi, modifiche discusse ed elaborate in Parlamento, e non in sedi extraistituzionali. Questa norma ha un carattere fondamentale per la nostra democrazia ed è anche in Europa una norma più avanzata di molte altre di quelle che conosciamo.

 Vorrei sottolineare che le scelte che sono state fatte, visto che di qui a poco verranno presentate anche delle pregiudiziali di costituzionalità, sono scelte di natura eminentemente politica e, a mio giudizio, non sono sottoposte alla critica di incostituzionalità. Ovviamente, questa è un’opinione del relatore.
In particolare, in relazione al divieto di coalizione, esso previene anche una critica sulla quale era stata, invece, fondamentalmente basata l’incostituzionalità, ossia di prevedere che alcuni partiti che non avessero raggiunto la soglia di sbarramento potevano contribuire a dare dei seggi senza avere poi rappresentanza, quindi con un trasferimento della volontà dell’elettore da un partito a un altro. Ma c’è anche un motivo politico, che riguarda la critica a quelle coalizioni che magari nascevano e si concludevano nello spazio di una tornata elettorale. Valutazione che, peraltro, fu accolta – ci tengo a ribadirlo – all’esito della consultazione referendaria del 2009, promossa da Mario Segni e Giovanni Guzzetta; un quesito non a caso dichiarato ammissibile dalla stessa Corte costituzionale con la sentenza n. 15 del 2008, che vide, pur in assenza di quorum, il fatto che si potesse avere un premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, così com’era previsto dalla «legge Calderoli».
Anche rispetto alla presenza dei capi lista bloccati, lascio solo agli atti che questo è un punto di incontro tra chi voleva i listini completamente bloccati e quelli che avrebbero voluto solo le preferenze. Quindi, è una scelta totalmente politica.
 Inoltre, anche l’introduzione di una soglia unica al 3 per cento non è un favore concesso ai piccoli partiti, ma è un diritto dei cittadini a vedere non sprecati i loro voti nel caso di una consistente rappresentanza elettorale, almeno consistente per il 3 per cento dei votanti.

Molte critiche sono venute sul tema del ballottaggio. Alcune in re ipsa, contestando il fatto che si potesse avere un voto decisivo cioè tra due liste più votate. Ad esempio, il collega Invernizzi in discussione sulle linee generali ha evocato alla Commissione il rischio che si potesse eleggere una forza antisistema. Il collega Invernizzi ha però anche sottolineato che questo poteva cambiare il sistema elettorale e istituzionale.
Altri hanno paventato uno sbilanciamento eccessivo di poteri a favore del Presidente del Consiglio e quindi del leader del partito vincente, generando un assetto istituzionale privo, a detta di costoro, di adeguati contrappesi al punto di dichiarare la propria preferenza per un sistema di tipo presidenziale. Alcuni commentatori hanno adottato la categoria politologica addirittura della «democratura» per alludere ad una possibile torsione autoritaria.
Signora Presidente, a mio giudizio sta qui il cuore della discussione. Rileggendo molti interventi mi è venuto in mente un romanzo di Raymond Carver che parafraserei così: di cosa parliamo quando parliamo di legge elettorale ? Al di là di ogni fraintendimento, di ogni sottinteso, di ogni legittima critica non sono così certo che le critiche siano tutte nel contesto ma molte di esse sono di contesto.Personalmente considero la novità introdotta nel nostro ordinamento, conoscere la maggioranza alla Camera al momento dello scrutinio del voto, non un rischio democratico bensì un’opportunità per gli elettori e per il cosiddetto cittadino arbitro. Si dice che così il Parlamento perderà definitivamente il ruolo rispetto al Governo e io contesto questa affermazione. È il Parlamento che dà la fiducia al Governo e saranno i parlamentari a deciderla, peraltro anche in previsione di liste che potremmo definire coalizionali e quindi animate da soggetti politici in linea di principio non necessariamente omogenei. Vale la pena, come è stato fatto nelle audizioni, ricordare che è il meccanismo fiduciario a legare indissolubilmente maggioranza parlamentare e Governo al punto che Leopoldo Elia già nel 1970, nelle voce sulle forme di Governo dell’Enciclopedia del diritto, definì il Governo come il comitato direttivo della maggioranza. E per quanto concerne i contrappesi essi vanno rintracciati nei contrappesi istituzionali: dal ruolo del Presidente della Repubblica quello della Corte costituzionale, passando per la rigida divisione del potere giudiziario da quello legislativo ed esecutivo. Come si sa, garanzie di questo tipo, in acclarati sistemi parlamentari democratici come quello del Regno Unito, non ci sono. Non si tratta quindi di un passaggio ad un sistema di premierato di fatto, come qualcuno ha sottolineato, ma del passaggio ad una più chiara democrazia di investitura.
Un’altra critica è venuta per le soglie di accesso al ballottaggio, altre per la possibilità di accedere anche dopo un consistente numero di elettori ed altre questioni sono state osservate. Penso, ad esempio, a quella secondo cui ci sarà un meccanismo che favorirà un solo partito e tanti piccoli partiti generati dalla frammentazione del 3 per cento. Non è così perché il ballottaggio spingerà ad avere forze politiche sempre più in competizione tra di loro. Perciò, oltre a dire che richiederei l’autorizzazione a presentare un testo più lungo dove sono chiariti anche dei dubbi che erano emersi in Commissione come quello sollevato dal MoVimento 5 Stelle sul fatto che non siano 630 i deputati eletti, vorrei concludere con considerazioni puramente politiche. Il testo del provvedimento conferma l’impianto maggioritario introdotto nel nostro ordinamento nel 1993. Esso costituisce un ragionevole equilibrio tra governabilità e rappresentanza in ragione del premio di maggioranza e delle basse soglie di accesso. È un testo che critica fattualmente l’esperienza delle coalizioni – concludo – prevedendo un meccanismo di aggregazione per liste che possono chiaramente essere dotate di un programma e di una chiara leadership di fronte agli elettori. È un testo profondamente mutato, per me migliorato, dalla lettura del Senato. La Commissione consegna il testo all’Assemblea consapevole della sovranità di quest’ultima. In qualità di relatore mi permetto di osservare che ciascuno di noi può essere indotto a immaginare correzioni e riformulazioni che a giudizio di chi le propone rendano ancora migliore questo testo unificato. Del resto nessuna legge sarà mai perfetta e neppure questa lo è. Eppure, con molta più autorevolezza di me, hanno sostenuto il Presidente Mattarella e, prima di lui, il Presidente Napolitano dobbiamo evitare a tutti i costi di lasciare a metà il lavoro faticosamente realizzato sin qui, dissipando gli importanti risultati conseguiti. Un lavoro che non è partito poche settimane fa né l’anno scorso ma è per molti di noi partito da quel 21 dicembre 2005 quando si approvò la peggiore legge elettorale che la storia repubblicana ricordi.
 Per chiudere definitivamente quella pagina, per non cedere all’immobilismo, credo, Presidente, che sia venuto il momento ineludibile della decisione.

Gennaro Migliore

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