Le 5 lezioni più una per costruire il futuro, che le donne possono guidare

Tempo sospeso viene chiamato questa nostra vita durante la pandemia. In verità è un tempo in cui alcune cose sono sospese, altre modificate per sempre e altre ancora accelerate. È sospesa la normalità della vita di ciascuno, quella scandita dal tempo di lavoro o studio, dal tempo delle relazioni umane e affettive, dal tempo del riposo e da quello dell’ozio; e contemporaneamente è modificata per sempre la percezione di “magnifiche sorti e progressive” dei tempi moderni sostituita dalla percezione della fragilità, tanto intensa quanto imprevista.
Ed è sospesa e modificata, come in una sequenza fotografica rallentata, la vita del Paese, il suo sistema produttivo e anche politico. E del mondo. E’ però anche accelerata la transizione verso l’uso di Internet come canale delle relazioni sociali e in molti casi dei rapporti di lavoro. Oggi canale obbligato e unico, domani privilegiato. Il che costringe a fare i conti con la scarsa alfabetizzazione digitale dell’Italia che l’accelerazione ha colto alla sprovvista . Di sicuro in questo tempo sospeso, e accellerato, emergono i limiti strutturali del nostro sistema economico e sociale.

L’emergenza richiede interventi pubblici massicci di sostegno al reddito delle persone, delle famiglie e delle imprese, con la consapevolezza che la crisi pandemica non è una livella e amplifica a dismisura le diseguaglianze.
Pe’ in questa fase si impongono almeno 5 verità nel senso comune, oltre all’importanza del sistema sanitario pubblico :
– LA RILEVANZA DELLA RICERCA : gli investimenti pubblici in ricerca sono fondamentali in campo sanitario, ma anche per incorporare innovazione in settori produttivi maturi o resi obsoleti dalla rivoluzione tecnologica. La scarsità di investimenti pubblici e privati in ricerca è stata una delle cause della scarsa competitività del nostro Paese, ( insieme al modello di specializzazione concentrato sui settori più esposti alla concorrenza internazionale, al divario nord/sud e alla dimensione delle imprese) e oggi emerge in tutta la sua gravità per le conseguenze che determina.

– L’IMPORTANZA DEL DIGITAL DIVIDE: l’emergenza pandemica e il distanziamento sociale ha spinto verso l’utilizzo di piattaforme telematiche. Per lavorare ma anche per mantenere relazioni sociali. Accelerando processi che in altri Paesi europei sono molto più avanzati. E ha fatto emergere la scarsa alfabetizzazione digitale dell’Italia. D’altra parte l’età media dei lavoratori italiani e più alta di quella europea e la media dei lavoratori pubblici supera i 50 anni come effetto dei tanti blocchi del turn over. Esiste una relazione non automatica ma dimostrata tra età e competenza digitale. La pandemia ha cioè accelerato la necessità di colmare il digital divide che produceva e produce esclusione sociale e diseguaglianza: nell’apprendimento dei bambini che vivono in famiglie fragili senza disponibilità di supporti tecnologici per la didattica a distanza e dei lavoratori. Ma il tema che emerge non è solo quello del digital divide. Cioè che in particolare emerge è l’evidenza di come l’istruzione e la formazione permanente siano l’architrave del nuovo sistema dei diritti dei cittadini e dei lavoratori e delle lavoratrici. Come diritto costitutivo di cittadinanza e per impedire l’obsolescenza della proprie competenze davanti ai cambiamenti strutturali e veloci dei processi produttivi legati all’innovazione.

– Il senso dello SMART WORKING, opportunità in molti Paesi europei già ampiamente utilizzata come forma di flessibilità, autonomia e libertà. A prima del Coronavirus in Smart working in Italia erano il 2% dei dipendenti contro il 29% del Regno Unito, il 16,6 % della Francia. Poi con il Coronavirus quella telematica è diventata l’unica modalità di lavoro possibile in alcuni settori, senza una rete strutturale adeguata visto che la banda ultra larga non copre tra il 20 e il 40 per cento della popolazione, per non parlare delle differenze tra nord e sud, zone urbane e rurali. In tempo di pandemia lo Smart working può rappresentare per le donne un ulteriore appesantimento del carico del lavoro di cura. Non condiviso e senza servizi pubblici o privati di supporto, dalla baby sitter, agli asili, alla scuola, alle badanti, ai nonni. Ma può rappresentare per il futuro il suo contrario, per 2 ragioni. Perché innesca una svolta culturale appunto nella condivisione del lavori di cura e del superamento degli stereotipi di genere: lo Smart working può essere una modalità di lavoro scelta, nuova e utile, per donne e uomini e per la collettività. Considerando per esempio che la misurazione dell’impatto dell’attuale Smart Working sulle emissioni di CO2 nell’aria registra una riduzione di 60 tonnellate ( dati piattaforma Jojob). E perché corrisponde ad un modello di organizzazione fondato sul raggiungimento dei risultati piuttosto che sul controllo e la presenza fisica, che ha sempre penalizzato le donne anche dal punto di vista salariale.

– LA GERARCHIA DEI LAVORI ESSENZIALI: ciò che conta. Nel tempo sospeso sono sospese molte attività produttive tranne quelle che vengono definite essenziali: e quindi il Covid-19 ha definito in modo certo la distinzione tra attività essenziali e quelle non essenziali. Essenziali a cosa? Alla sopravvivenza della collettività. Al futuro. Ed è così che nero su bianco emergono come lavori essenziali per il futuro: quelli di cura, a partire dalle professioni sanitarie, quelli manuali, gli addetti alla raccolta, produzione e distribuzione delle filiere alimentari, la logistica, gli addetti alle pulizie. Essenziali per la collettività e non sostituibili con tecnologie anche avanzate. E si tratta per la maggior parte di lavori poco pagati e privi di riconoscimento sociale, svolti prevalentemente dalle donne.

– IL RUOLO DELLE DONNE: nella pandemia sono le donne a sorreggere il Paese. I 2/3 delle donne occupate stanno continuando a lavorare fuori casa ci dice l’Istat ( 6 milioni e mezzo su 9 milioni e 800 Mila) perché occupate in settori strategici. Continuano anche a lavorare a casa in Smart working e a sommare alla Smart working il lavoro di cura senza il sostegno dei servizi pubblici e dei nonni. Donne e precarie sono anche le ricercatrici che hanno sequenziato il genoma del Coronavirus. E sembrerebbe che le donne siamo più resistenti all’infezione, per ragioni che dovrà spiegare la medicina di genere.

Da queste 5 evidenze emergono 5 assi su cui ricostruire il sistema economico e sociale per il tempo futuro. Perché sarebbe una responsabilità grave non far tesoro delle evidenze che la pandemia ha fatto emergere.

– Gli investimenti pubblici sono una leva dello sviluppo perché lo possono orientare: gli investimenti pubblici diretti in ricerca e di promozione di quella privata diventino l’ossatura di una nuova politica industriale e di sviluppo sostenibile, fondato sulla qualità e che richiede lavoro di qualità.
– Cambia il sistema produttivo, cambia il lavoro, cambi il sistema di diritti che ne può garantire il valore sociale: la formazione permanente sia l’architrave del sistema dei diritti del lavoro, il nuovo art. 18. Così come l’istruzione. Formazione e istruzione siano le chiavi per l’economia della conoscenza, in Italia e in Europa.
– La gerarchia tra LAVORI ESSENZIALI e no abbia una ricaduta sulle politiche salariali, fiscali e previdenziali.
– I LAVORI DI CURA, che anche in una società altamente tecnologica non sono sostituibili, siano riconosciuti pienamente come lavori e non dedizione gratuita, riconosciuti socialmente e condivisi tra donne e uomini. Il prendersi cura sia il tratto del mondo futuro.
– LE DONNE siano protagoniste del processo di ricostruzione aiutate da politiche pubbliche e delle imprese che aumentino la condivisione con gli uomini del lavoro di cura e favoriscano l’aumento della loro partecipazione al mercato del lavoro, che produce un effetto moltiplicatore per una quota più che proporzionale. – Quel processo di costruzione del futuro le donne lo possono guidare.

* Titti Di Salvo, presidente LED, Libertà e diritti

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