2,8mila Il congedo di paternità rischia di sparire: online una petizione per salvarlo

Se in Legge di stabilità non si troveranno i soldi, la misura che dal 2018 è stata estesa a 4 giorni non verrà più applicata. La raccolta firme propone non solo di rendere il congedo strutturale, ma di estenderlo a 10 giorni

Il congedo di paternità rischia di sparire. Se non verrà rifinanziato attraverso la prossima Legge di stabilità, dal primo gennaio 2019 i neo papà non avranno neanche un giorno obbligatorio retribuito al 100% per stare con la propria figlia o il proprio figlio.
È per questo motivo che online è stata lanciata una petizione per rendere strutturale questa misura e, anzi, rilanciare proponendone l’estensione da 4 a 10 giorni.

Cos’è. Il congedo di paternità, istituito dalle legge 92 del 2012, è stato ampliato da 2 a 4 giorni dalla Legge di bilancio 2017. Ma si tratta di una sperimentazione valida solo fino al termine del 2018. È rivolto ai padri lavoratori dipendenti entro il quinto mese di vita del figlio (nato dal primo gennaio 2018), quindi sono giorni che possono coincidere anche con la maternità. A questi quattro giorni se ne può aggiungere un quinto facoltativo, fruibile però solo se la madre rinuncia a un giorno del suo congedo. Durante il congedo il padre ha diritto al 100% della retribuzione che è a carico dell’Inps.

La battaglia. “Purtroppo, è evidente che il tema del congedo di paternità è sparito dall’agenda e soprattutto è assente nella discussione della Legge di bilancio” osserva Titti Di Salvo, parlamentare Pd nella scorsa legislatura e tra le principali paladine della misura. “Se tutti i padri lo utilizzassero, il congedo costerebbe 10 milioni di euro al giorno: lo quantificò la Ragioneria di Stato un anno fa. Ciò significa che, per estenderlo a 10 giorni, bisognerebbe trovare 100 milioni”, continua Di Salvo, che è tra le proponenti della petizione insieme all’imprenditrice Riccarda Zezza, Alessandro Rosina dell’università Cattolica di Milano ed Emmanuele Pavolini dell’università di Macerata.

Ad oggi, però, sono molti i neo-papà che non usufruiscono del congedo pur avendone diritto. A prima vista è sorprendente, dato che parliamo di una misura obbligatoria. “Penso che i motivi siano due – continua Di Salvo – da una parte la scarsa informazione, per cui molti uomini neanche sanno di avere questa opportunità, dall’altra c’è una resistenza culturale, per cui il congedo è qualcosa che riguarda solo la madre”.

Secondo i dati forniti dal ministero del Lavoro come risposta a un’interrogazione di Di Salvo in Commissione, però, sono sempre di più gli uomini che utilizzano il congedo obbligatorio per stare con il proprio figlio: nel 2014 erano 67.664, nel 2015 72.630 e nel 2016 il numero era salito 91.136. Mancano i dati più recenti ma la tendenza è chiara. La percentuale resta comunque bassa (sotto al 20%) rispetto alla platea dei potenziali beneficiari.

“Per la mia esperienza, posso dire che non esiste un reale dissenso in Parlamento nei confronti di questa misura – spiega Di Salvo – il problema è che quando arriva il momento di trovare i soldi e la coperta si fa troppo corta, i buoni propositi svaniscono e si dà priorità ad altre cose”.

Il tema del congedo di paternità non è però solo una questione di soldi, ma soprattutto di eguaglianza sociale e di crescita. “Sappiamo tutti che, per far ripartire le nascite e aumentare l’occupazione femminile la chiave è la condivisione delle responsabilità in famiglia” spiega Riccarda Zezza, imprenditrice e co-promotrice della petizione. “Serve un cambiamento di sistema, ma non sono 4 giorni a cambiare le cose: ne servono di più. Il paradosso è che spesso questo tema viene affrontato solo in fase di separazione, quando si tratta di stabilire il numero di giorni che il padre deve passare con i figli”.

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